Big Whiskey And The GrooGrux King

Di cosa mi appresto a parlarvi? Il titolo del post vi dice qualcosa? No? Peccato… Si tratta dell’ultimo album (in realtà è uscito quasi un anno fa’ e più precisamente il 2 giugno 2009) di una band che adoro: la Dave Matthews Band. Gruppo formatosi nel lontano 1991 a Charlottesville in Virginia, lo stato americano famoso per il tabacco, negli States ha un successo incredibile, mentre qui nel nostro “vecchio continente” non “viene fuori” come secondo me dovrebbe, anche se i fans non mancano (ne sono prova le cifre che la band ha fatto nel suo ultimo ed attesissimo tour in Italia).

E’ passato qualche anno, quando Andrea, amico, collega di studi e batterista del gruppo in cui all’epoca suonavo la chitarra mi consigliò di “buttare l’orecchio” su questo gruppo americano ed io, subito, rimasi rapito dalle sonorità che mi si proponevano (erano i tempi di “Crash” e qiundi il 1996). Subito dalla prima canzone (So much to say) avevo capito che il mondo, senza di loro sarebbe stato sicuramente peggiore, concetto che mi si chiarì del tutto alla terza canzone dell’album  (Crash). Mi ricordo che pensai: “…ma allora la musica non è finita con la morte di Mercury o con la separazione dei Pink Floyd…” e questo mi rincuorò non poco.Da quel periodo ho sempre seguito sia le uscite della band che le uscite di Dave Matthews come solista (in particolare rimasi molto colpito dal “Everyday” del 2001 – la traccia 8 “Angel” è un capolavoro –  e “Some Devil” album solista di Dave Matthews del 2003), finchè, qualche mese fa’, un altro caro amico, Andrea, anche lui baterista provetto (quante “casualità” in questa vicenda!!!) mi rese edotto sul fatto che nel giugno del 2009 era uscito l’ultimo lavoro dei Dave Matthews Band, “Big Whiskey And The GrooGrux King”,  così dopo essermelo procurato tosto, ebbi modo di rigustare quel sound eccezionale, sofisticato e passionale al tempo stesso. Al primo ascolto, come mi era capitato con “Crash” sono rimasto rapito e senza parole. Per un bel periodo ho girato con il mio fido lettore mp3, cuffie “incapsulate” nei padiglioni auricolari, e con un costante sorriso in volto…mi sa che sembravo proprio un “ebete”… :). Devo proprio dirvi che siamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro musicale. Nei quasi 4 anni di silenzio della band sono successe molte cose, ma tutte, credo, abbiano portato, nel bene e nel male, al risultato magnifico che anche ora sto ascoltando in cuffia (personalmente trovo che le tracce 2-Shake me like a monkey, 3-Funny the way it is, 4-Lying in the hands of God e 6-Dive in, siano degli autentici capolavori).

Big Whiskey And The GrooGrux King - Dave Matthews Band

Big Whiskey And The GrooGrux King (2009) - Dave Matthews Band

Qui di seguito un articolo che ho trovato interessante su quest’album tratto da Chitarre-Accordo.it

Partorito dopo una gestazione di circa 20 mesi, lungo la strada per “Big Whiskey & The GrooGrux King” la band ha perso prima il “tastierista gregario” Butch Taylor, probabilmente per divergenze artistiche, e poi, in ben più tragiche circostanze, il sassofonista fondatore LeRoi Moore, anima jazz, silenziosa e compassata, icona morale e cuore creativo.

La morte del sassofonista per i postumi di un incidente è sembrata una forte battuta d’arresto, sia sul piano morale che su quello creativo.

Parallelamente gli ascoltatori sparsi per tutto il mondo, scossi dal lutto improvviso, temevano che la triste perdita potesse segnare inesorabilmente il declino artistico della band: se tutti infatti aspettavano l’album del riscatto dopo i poco incisivi (addirittura “incolori”, per molti) “Busted Stuff” (2002) e, ancora peggio, “Stand Up” (2005), nel mezzo di questo travaglio ogni speranza sembrava essere mal riposta.

Il lavoro con il quale Moore voleva fortemente che la DMB portasse in studio l’impatto, l’emozione ed il tiro che la contraddistingue nei live, forse più di ogni altra band, è finito così per essere un enorme tributo a lui, partendo dal titolo “GrooGrux”, il suo soprannome, attraverso molte citazioni nei testi, per finire con la copertina dell’album.Dolci soffi di sax aprono la tracklist: è “Grux”, l’intro tratto da una jam di Moore, registrata qualche tempo prima di morire, che è stata lasciata intatta e per lo più incontaminata. Un minuto di leggiadro ricordo che fa già intuire l’album nelle intenzioni.

Stop. Fiati, batteria martellante e chitarre elettriche (presenti come mai in passato), quelle di Tim Reynolds, il chitarrista folletto magico, amico intimo di Dave, suo compagno di mille indimenticabili e sostanziose sessions acustiche. Qui la Martin D-35 che solitamente lo sovvarca in acustico, viene sostituita da una cattiva Gibson Flying-V: il pezzo ha un tiro pazzesco e non si fa mancare le variazioni della vecchia “Don’t drink the water”.

Segue “Funny the way it is”, primo singolo estratto (si poteva scegliere meglio), più accessibile e pop. Sempre molto variata.

“Lying in the hands of God” a detta di molti è una delle chicche dell’album. Lenta, cori, strofa in minore, ritornello in maggiore. Stop di nuovo: riecco fiati da big band, batteria, riff elettrico, con “Why I am” si ritorna a saltare sotto il palco ed è di nuovo tributo a Moore. Tanti cambi di ritmo e melodia: possiamo affermare che la parabola della band è di nuovo in salita, forse gli ultimi dischi sono davvero alle spalle e la band si muove finalmente verso un ritorno agli antichi fasti, seppur in chiave “aggiornata”. Inedito qui un assolo elettrico indiavolato: il disco è definitivamente cosparso di questa nuova chitarra elettrica onnipresente.

La batteria, dopo le piatte performance di “Stand up”, è di nuovo in primo piano, come solo Carter Beauford può farla valere: indubbiamente uno dei più grandi batteristi al mondo, mai banale, mai due battute identiche, tanti controtempi e fills, snare e charleston sempre davanti a tutto, sapientemente ed originalmente dosati. Quando dicono che la band sia composta di grandi musicisti, è decisamente lui ad alzare la media!

Le parti di violino caratteristiche di Tinsley sono invece quasi assenti qui come nel resto dell’opera, questa è un’altra novità.

Si continua: “Dive in” è circolare, “Spaceman” con strofa a filastrocca e banjo nel ritornello. L’acustica Taylor 914C di Dave torna un po’ a farsi a valere, ma non siamo ai livelli dei riff che hanno fatto storia e che mancano quasi totalmente in tutta la tracklist.

E’ interessante notare come Dave Matthews, endorser della Martin (sua la signature DM3MD), con la band utilizzi al 90% la 914C ed altre due Taylor (baritona e 12 corde), mentre la DM3MD non sale nemmeno sul palco. Quest’ultima riappare invece nelle session acustiche con Reynolds, dove però è una HD-28V a farla da padrone.

“Squirm” è la citazione più chiara del passato glorioso della band: le scale armoniche, le sonorità arabeggianti riportano al grande “Before these crowded streets”, disco nel cuore degli ascoltatori di vecchia data. Di nuovo banjo ed il vecchio e distintivo scat di Dave Matthews in “Alligator Pie”. Fiati ed elettriche, ma senz’arte ne parte, in “Seven”.

“Time bomb” è il vero, grande, immenso pezzo. Nasce intimistico, come l’indimenticata “The dreaming tree”, cresce e conclude con una sonorità cattiva e spaziale. Non è finita: “Baby blue” riprende la spazialità e la proietta tutta sull’acustica, la voce ed il testo romantico tipicamente “matthewsiano”. Ideale come colonna sonora di un grande film americano alla “Gran Torino”. Ti ritrovi nel ritornello e non te ne rendi conto, come scivolare dolcemente da una parte all’altra del brano, accompagnato dai violini. In realtà non è tutto nuovo in questo pezzo, ma i più non lo noteranno…

L’album si chiude con “You & me”, che non brilla, non si distingue né per il titolo né per il contenuto. Nel genere, ben meglio la canzone che la precede.

Non un cd per tutte le orecchie. Chiede un po’ di tempo per poter esprimere un giudizio a riguardo, soprattutto a chi conosce tutta la discografia del gruppo. Un disco che suona molto rock, meno pop e senza la vena “acustica” e fusion dei capolavori anni ’90, perdendo un po’ di quella genuinità ma mantenendo un’alta qualità compositiva. Il disco suona “iper-prodotto”, ha l’immediatezza nel suono che si raggiunge solo con un bel lavoro in studio e che nasconde, in realtà, una grande ricercatezza ed elaborazione finale. In una parola: “contemporaneo”, ma nel senso più interessante del termine, se volete anche “costruito” ma non “artificiale” nè “artefatto”.

Le riflessioni a questo punto potrebbero sprecarsi: come mai la navigata Dave Matthews Band ha bisogno del “patrocinio” in un produttore main-stream come Rob Cavallo in studio? Perchè la Dave Matthews Band, che negli USA comanda le classifiche di vendita nei concerti, resta dominio di uno stretto circolo di chi “la musica la cerca” o la scopre per caso e non si accontenta di quello che ha da proporre la radiofonia e la music television italiana? Perchè è stata necessaria un’enorme mobilitazione, una petizione da parte di Con-Fusion, la community italiana che sta pure organizzando un raduno serale pre-concerto con le sue sole forze, oltre che una stretta collaborazione tra quest’ultima ed il management della band per riuscire a portarla a Lucca? E come mai poi, inaspettatamente, è anche uno dei concerti del festival che vendono di più in prevendita?

Care Mtv e Radio Deejay, ci state sottovalutando! Aprite gli occhi e, soprattutto, le orecchie.

Tommyacou

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~ di Massimiliano Tessaris su mercoledì 26 maggio, 2010.

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